SAN FRANCESCO VIVE (Episodio 3) – SAN FRANCESCO IN GLORIA, LA MORTE CHE SI TRASFORMA IN VITA
Il 4 Ottobre celebriamo l'VIII Centenario del Dies Natalis di San Francesco d'Assisi.
800 anni sono passati da quando il Poverello di Assisi è passato alla Vita nei Cieli, e in questo articolo affronteremo proprio il Capitolo XIV della Legenda Maior di San Bonaventura, che parla della morte di Francesco.
Scrive il Teologo: «Inchiodato ormai anima e corpo alla croce di Cristo (Gal 2,19), non solo ardeva d'amore serafico verso Dio, ma, con Cristo crocifisso, "aveva sete" (Gv 19,28) di salvare anche tantissime anime. Perciò, non potendo camminare a causa delle escrescenze dei chiodi sotto i suoi piedi, consentiva che il suo corpo, ormai sfinito, fosse portato attraverso le città e i villaggi, per animare gli altri a portare la croce di Cristo.»
È bellissimo pensare che nonostante i dolori, le malattie, le stimmate, Francesco avesse ancora voglia di portare nel mondo il Vangelo.
Scrive ancora Bonaventura: «Fratelli miei, cominciamo a servire il nostro Signore Iddio, perché sinora abbiamo fatto ben poco.»
Si parla poi del desiderio di Francesco di tornare all'umiltà dei primi tempi, di sottoporre il proprio corpo, sfinito dalle fatiche, ai rigori della primitiva penitenza. Si dice poi, qualche rigo più in là, che Francesco non voleva chiamare le malattie che lo affliggevano "pene", ma bensì "sorelle".
Subito dopo c'è un aneddoto molto particolare: «un frate di grande semplicità gli disse: "Fratello, prega il Signore di trattarti con più mitezza, perché mi pare che faccia pesare un po' troppo la sua mano su di te". A queste parole, il Santo, con un forte lamento, esclamò: "Se non conoscessi il candore della tua semplicità, d'ora in poi avrei orrore della tua compagnia, perché hai osato criticare il comportamento di Dio!" [...] "Ti ringrazio, Signore mio Dio, di tutte queste mie sofferenze, e ti prego, o Signore, di aggiungerne cento volte tanto, se così ti piace. Perché questa è per me la cosa più gradita."»
Questa era la grandezza di Francesco: amare tutto, perché tutto fa parte della stessa creazione e tutto è volontà di Dio, che è la cosa che l'uomo più deve gradire.
Entriamo ora nella parte più importante: il transito.
«Egli conobbe molto tempo prima anche la data della sua morte. Perciò, quando si avvicinò il giorno del suo transito, disse ai frati che, come gli era stato rivelato da Cristo, ben presto lo spirito avrebbe "lasciato la tenda" (2Pt 1,14) del suo corpo. Francesco chiese di essere portato a S. Maria degli Angeli, per esalare lo "spirito della vita" lì dove aveva ricevuto lo "spirito della grazia" (Gen 6,17; Eb 10,29) [...] Adagiato così per terra, deposta anche la rozza tunica, levò come al solito la faccia verso il cielo... con la mano sinistra coprì la piaga del suo fianco destro, perché non fosse vista. Poi disse ai frati: "Quello che toccava a me io l'ho fatto (1Re 19,20); Cristo vi insegni ora a fare quello che tocca a voi".»
Questo è uno dei gesti più famosi del transito: Francesco si fa deporre nudo sulla nuda terra. Egli volle morire nel modo in cui era rinato. Come si spogliò davanti al padre e al Vescovo di Assisi nel 1206, così si spogliò prima di morire.
«Quando si avvicinò l'ora del suo transito, egli fece chiamare attorno a sé tutti i frati presenti... li esortò con paterno affetto all'amore di Dio [...] Su tutti i frati, che intanto si erano posti a sedere attorno a lui, stese poi le mani con le braccia disposte in forma di croce — il segno che egli tanto amava — e tutti, presenti ed assenti, benedisse nella potenza e nel nome di Cristo crocifisso [...] Compiuti finalmente in lui tutti i disegni di Dio, scioltasi quella santissima anima dal suo corpo e accolta nell'abisso della divina Luce, il Santo "si addormentò nel Signore" (Atti 7,60).
Uno dei suoi frati e discepoli vide la sua anima eletta volare direttamente al cielo, sotto forma di fulgentissima stella, portata in alto da una candida nube: come risplendente, cioè, del candore d'una santità sublime e ricolma delle ricchezze della celeste sapienza e della grazia, per mezzo delle quali il Santo meritò di entrare nel regno della luce e della pace, dove riposa eternamente con Cristo.
Anche frate Agostino, Ministro provinciale dei frati in Terra di Lavoro, uomo giusto e santo, la vide. Egli, che da tempo era privo della favella e ormai in fin di vita, improvvisamente e da tutti i presenti fu udito esclamare: «Aspettami, Padre, aspettami! Eccomi: vengo anch'io con te»! Ed ai frati che, meravigliati, gli chiesero a chi stesse parlando con tanto ardire, rispose: «Non lo vedete voi il nostro padre Francesco che sale al cielo?» E un istante dopo la santa anima di lui, scioltasi dal corpo, seguì il Padre santo.
In quei giorni il vescovo di Assisi era in pellegrinaggio al santuario di S. Michele Arcangelo, sul Monte Gargano. Ebbene: nella notte del suo transito, il beato Francesco apparve anche a lui e gli disse: «Ecco: io lascio il mondo e vado (Gv 16,28) al cielo». La mattina seguente, appena levato il vescovo narrò al suo seguito la visione avuta durante la notte. Quando poi, tornato ad Assisi, s'informò minutamente di tutto, apprese con assoluta certezza che anche l'ora in cui egli aveva avuto la visione corrispondeva esattamente a quella in cui il Padre santo era volato da questo mondo.
Le allodole, amanti della luce e nemiche delle tenebre crepuscolari, nell'ora del transito del Santo, pur essendo incombente il crepuscolo della notte, accorsero in grande moltitudine sul tetto della casa e, volteggiando a lungo e con insolita gaiezza, offrirono una festosa ed evidente testimonianza (Gv 1,7) della gloria del Santo che tante volte le aveva invitate a cantare le lodi al Signore.»
Francesco non muore. Transita.
Bonaventura dice che «si addormentò nel Signore» (Atti 7,60). E i segni lo dimostrano: la sua anima non sale come un moribondo, ma come una stella fulgentissima, bianca, portata in cielo da una nube.
Frate Agostino, muto da giorni, all'improvviso grida: «Aspettami, Padre, aspettami!» e muore con lui. Francesco non sale solo, viene a prendersi i suoi.
E poi le allodole. Uccelli del mattino, nemiche del buio, a crepuscolo non dovrebbero volare. E invece la sera del 3 ottobre accorrono sul tetto della Porziuncola e volteggiano "con insolita gaiezza" (Gv 1,7).
Non è un funerale. È una festa.
Ecco perché San Francesco VIVE: nudo sulla nuda terra come Cristo, è nato al Cielo. E da 800 anni è ancora lì, che ci aspetta.
Domenico Emanuele Labanca




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