Foibe. Storia, memoria e le difficoltà del ricordo
Ogni anno, il 10 febbraio, l’Italia celebra il Giorno del Ricordo, dedicato alle vittime delle foibe e all’esodo giuliano-dalmata. È una ricorrenza giovane, istituita nel 2004, ma carica di peso simbolico. Parlare di foibe significa muoversi su un terreno fragile, dove il confine tra memoria e storia è spesso sottile e dolorosamente instabile. Ma, la storia ha la tenacia della verità.
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| Norma Cossetto, uccisa dai partigiani Jugoslavi nell'ottobre del 1943 |
Il termine “foiba” indica, in senso geologico, una cavità naturale tipica delle aree carsiche dell’Istria, del Carso triestino e della Dalmazia. Durante e subito dopo la Seconda guerra mondiale, queste cavità divennero luoghi di occultamento di corpi di persone uccise o scomparse in un contesto di violenza diffusa, resa ancora più opaca dal caos della fine della guerra e dal mutamento delle frontiere. In molti casi non si trattò di esecuzioni pubbliche o documentate, ma di sparizioni improvvise, arresti notturni, corpi mai ritrovati. Questo elemento materiale – l’assenza dei corpi, l’impossibilità di una sepoltura – ha inciso profondamente sulla memoria delle comunità colpite.
L'Istria e la Dalmazia con la loro etichetta di terre irredente, dopo l'occupazione Italiana del 1920 nel post Prima Guerra Mondiale, furono oggetto di una pesante azione di "italianizzazione" voluta soprattutto dal Regime Fascista. I territori istriani e della Venzia Giulia furono al centro di aspri conflitti politici (basti ricordare le vicende di Fiume e l'irredentismo a forte connotazione nazionalista che ne derivò). Nonostante le tensioni il Governo Italiana fece anche investimenti su quei territori, soprattutto infrastrutturali e per l'alfabetizzazione. Rimaneva un non sopito scontro tra la classe dirigente a guida italiana e la popolazione di maggioranza slava. Tensione che nel dopoguerra esplose con inaudita violenza.
Gli episodi di violenza
comunemente associati alle foibe si collocano soprattutto in due fasi: dopo l’8
settembre 1943, con il crollo dell’autorità italiana nei territori orientali, e
tra il 1945 e il 1947, durante l’occupazione jugoslava della Venezia Giulia e
dell’Istria. Il contesto è quello di una guerra totale appena conclusa, segnata
da occupazioni, repressioni, vendette, regolamenti di conti politici e
nazionali. In quelle terre, già attraversate nel ventennio fascista da
politiche di "snazionalizzazione" forzata e repressione della popolazione slava, la
fine del conflitto non portò immediatamente la pace, ma aprì una fase di
transizione violenta verso il nuovo assetto imposto dalla Jugoslavia di Tito.
Le vittime delle foibe non furono tutte uguali per ruolo, responsabilità o appartenenza. Tra di esse vi furono funzionari del regime fascista, membri delle forze dell’ordine, collaborazionisti, ma anche civili, insegnanti, impiegati, contadini, persone colpite non per ciò che avevano fatto, ma per ciò che rappresentavano: un potenziale ostacolo politico, un simbolo nazionale, una presenza ritenuta incompatibile con il nuovo ordine. Il nuovo regime rifiutava la minoranza italiana che aveva rappresentato non solo la violenza fascista del ventennio, ma anche una elite borghese e politica, spesso priva di ogni colpa ma divenuta oggetto di cieca vendetta. È proprio questa eterogeneità delle vittime a rendere la ricostruzione storica complessa e a impedire letture semplicistiche. I carnefici furono i partigiani jugoslavi, i comunisti slavi e i servizi segreti militari di Tito (la famigerata Ozna).
Ai massacri delle foibe seguì l'esodo giuliano-dalmata, vale a dire l'emigrazione di massa degli italiani dai territori di Istria e Venezia Giulia ora occupati da Tito e dalla Jugoslavia.
Uno dei nodi più delicati
riguarda i numeri. Per lungo tempo le cifre delle vittime sono state oggetto di
forti oscillazioni, spesso legate più alla memoria politica che alla ricerca
storica. La storiografia più accreditata oggi, basata su studi d’archivio,
incrocio di fonti e analisi comparate, parla di alcune migliaia di vittime, non
di decine di migliaia. Ma il dato numerico, da solo, non restituisce il senso
della tragedia. Ogni scomparsa, ogni corpo non ritrovato, ha inciso su famiglie
e comunità in modo irreversibile, alimentando un dolore che si è trasmesso nel
tempo.
Per comprendere davvero il
significato del Giorno del Ricordo è necessario affrontare il tema della
distinzione tra storia e memoria. La memoria è selettiva, emotiva, identitaria.
Serve a elaborare il lutto, a costruire un senso di appartenenza, a dare voce a
chi per molto tempo non l’ha avuta. La storia, invece, procede più lentamente,
attraverso documenti, fonti, confronto critico, e spesso arriva a conclusioni
scomode, che non coincidono con le narrazioni consolatorie. Il problema nasce
quando la memoria pretende di sostituirsi alla storia o quando la storia viene
piegata per legittimare una memoria politica. Peggio ancora quando qualcuno, le istituzioni o la politica, vuole disconoscere la storia o far tacere la memoria.
Nel dopoguerra italiano ci furono
indubbiamente ambiguità e silenzi. La tragedia delle foibe rimase ai margini
del discorso pubblico per decenni. Pesavano la Guerra Fredda, la necessità di
mantenere rapporti diplomatici con la Jugoslavia, ma anche il timore che una
riflessione troppo approfondita potesse incrinare il racconto fondativo della
Repubblica, centrato sulla Resistenza. Questo silenzio non fu una “congiura”,
ma il risultato di un equilibrio politico e culturale fragile, nel quale alcune
memorie risultarono più dicibili di altre. Quando, a partire dagli anni
Novanta, la questione delle foibe tornò al centro dell’attenzione, avvenne
spesso in modo traumatico, con il rischio opposto: trasformare una tragedia
complessa in un racconto univoco, privo di contesto, utilizzabile come arma di
contrapposizione ideologica.
Raccontare le foibe attraverso la
storia significa accettare la fatica della complessità. Significa riconoscere
le responsabilità del fascismo italiano nei Balcani senza per questo
giustificare le violenze successive. Significa dare dignità alle vittime senza
trasformarle in simboli astratti o bandiere politiche. In questo senso, le
storie individuali aiutano più delle cifre a comprendere il dramma umano.
Una delle vicende più note è
quella di Norma Cossetto, giovane studentessa istriana, arrestata nell’autunno
del 1943, uccisa e gettata in una foiba. La sua storia è documentata e tragica,
ed è diventata nel tempo un simbolo. Ma proprio per questo va raccontata con
cautela, evitando di isolarla dal contesto o di trasformarla in un’icona
semplificata. Norma Cossetto fu una vittima innocente, ma la sua morte avvenne
dentro una spirale di violenza politica e nazionale che coinvolse migliaia di
persone, su fronti diversi. Norma, studentessa dallo spirito libero ed energico, pagò con la vita la sua appartenenza a una famiglia che aveva aderito al fascismo. Tuttavia, non è documentato il racconto circa la sua personale adesione pervicace agli ideali fascisti che avrebbe provato sevizie brutali dei suoi carcerieri, nè altri aneddoti sul suo arresto trovano riscontro nelle fonti. Tuttavia, la vicenda della sua morte e del suo "infoibamento" restano nella crudeltà della verità storica, non occorre provare a dare altre letture ideologiche quando la verità è già così cruda.
Il Giorno del Ricordo è una ricorrenza giusta. Può essere,
se vissuto con maturità, un’occasione preziosa. Non per contrapporre memorie,
ma per interrogarsi su come le società attraversano le fratture del Novecento.
Non per riscrivere la storia a uso del presente, ma per imparare a distinguere
il dolore dalla propaganda, i silenzi politici dal coraggio della storia. Ricordare le foibe significa, in ultima analisi,
accettare che la storia non è mai una narrazione comoda, ma uno spazio di
confronto critico, dove il rispetto per le vittime deve andare di pari passo
con il rigore delle fonti e con il rifiuto di ogni semplificazione.
Antonio Rubino

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