Fenestrelle non fu un campo di stermino: come nasce e perché crolla una mistificazione storica

Negli ultimi anni la fortezza piemontese di Fenestrelle è diventata, nel dibattito pubblico e in certa pubblicistica militante, il simbolo di una presunta “deportazione” o addirittura di un “genocidio” dei soldati meridionali. Una tesi impressionante, emotivamente potente, ma che non regge a un’analisi storica seria, fondata sulle fonti e sulla storiografia accreditata.

Su Cronache Lucane del 29 gennaio 2026, è apparso un articolo dal titolo: “Il lager di Fenestrelle con vittime anche lucane”. Parlare di Fenestrelle come luogo di un genocidio di meridionali, come “campo antesignano di Auschwitz”, è scorretto.



La fortezza di Fenestrelle era un complesso militare sabaudo costruito nel XVIII secolo, usato come presidio difensivo e, in alcuni periodi, come carcere militare. Dopo il 1860 vi furono detenuti anche soldati dell’ex esercito borbonico, come avvenne in numerose altre strutture carcerarie del nuovo Regno d’Italia. Questo dato è incontestabile. Ma da qui a parlare di “lager”, “campo di sterminio” o “deportazione di massa” il salto è enorme — e non supportato dalle fonti.

La copiosissima corrispondenza conservata negli archivi pubblici, sia del vecchio Stato Sabaudo che del neonato Regno d’Italia, fa emergere chiaramente l’intento di incorporare i prigionieri di guerra nei propri eserciti (piemontese prima, italiano poi). Non di ucciderli o sterminarli.

All’indomani della caduta della piazzaforte di Capua, il 2 novembre 1860, molti prigionieri borbonici furono imbarcati per Genova. Smistati verso vari luoghi, tra cui Fenestrelle.

La vicenda del contingente di soldati inviato al forte in altura è molto documentata.

Tra il 9 e il 10 novembre 1860 poco più di 1000 soldati dell’ex esercito borbonico arrivarono al forte a drappelli di sbandati. Uno di loro morì appena giunto. I documenti ufficiali annotano uno per uno gli arrivi. Sono 1186. Nei giorni seguenti ben 178 soldati su 1186 vennero ricoverati in ospedale, altri 4 morirono. Già l’11 novembre, il comandante del forte inviava l’elenco, diviso per reparto di appartenenza, di tutti i militari borbonici giunti a Fenestrelle.

Uno degli elementi centrali della narrazione mitizzante riguarda presunti decine di migliaia di morti a Fenestrelle. Alcuni articoli di stampo neoborbonico parlano di 20.000 morti, altri addirittura di 40.000. In realtà i 1186 prigionieri soggiornarono a Fenestrelle circa tre settimane. Ma, nessuna delle fonti parla di corpi sciolti nella calce viva e palle ai piedi dei detenuti di 16 kg, come riportato in alcuni articoli. Anzi, il Ministero raccomandava in una missiva di usare particolari riguardi perché i prigionieri non patissero il freddo. Fenestrelle non evocava condizioni facili di detenzione e soggiorno, tuttavia i racconti di intenti di sterminio sono chiare menzogne.

Le fonti, dunque, non ravvisano nulla di quanto si racconta circa il mito di Fenestrelle. Gli Archivi (nel caso specifico l’Archivio di Stato di Torino e l’Archivio dello Stato Maggiore dell’Esercito di Roma) sono i testimoni della storia. Ebbene, i registri militari che annotano il movimento di ogni singolo soldato soccorrono chiunque voglia seriamente ricostruire questa vicenda.

Il regio decreto di Vittorio Emanuele del 20 dicembre 1860 chiamava alle armi anche tutti gli ex soldati borbonici, ma già una circolare ministeriale del 20 novembre prescriveva che i prigionieri in arrivo da Napoli dovevano essere inviati ai depositi e ai reggimenti dell’esercito italiano.

Nel XIX secolo la prigionia di guerra era uno statuto giuridico precisamente regolamentato, impossibile pensare che nessuno si ponesse tale problema. Anche qui la folta corrispondenza testimonia di un dibattito corposo attorno alle scelte circa i contingenti dell’esercito borbonico catturati. Ma, la scelta di destinare i militari borbonici all’esercito fu discussa fin dalla campagna dei Mille, addirittura Garibaldi dopo la battaglia del Volturno (ottobre 1860), imbarcati i prigionieri verso Genova, inviava un telegramma a Vittorio Emanuele suggerendo di arruolarli nell’Esercito.

A fine novembre 1860, i prigionieri di Fenestrelle con pane e viveri, divisi in base alle armi a cui appartenevano nell’esercito borbonico, vennero inviati alle loro destinazioni divisi per reggimento e deposito a cui dovevano presentarsi, dai Carabinieri a cavallo di Pinerolo ai dragoni per Saluzzo, ad altri reparti.

Lo testimoniano le lettere, gli atti, i documenti d’archivio.

Non esistono registri, elenchi, atti amministrativi o fonti coeve che attestino decine di migliaia di morti. La stessa capienza e l’uso della fortezza rendono logisticamente impossibili i numeri spesso evocati. I dati disponibili parlano di un numero limitato di detenuti, con una mortalità in linea — e talvolta inferiore — a quella di altre strutture detentive ottocentesche.

La leggenda di Fenestrelle nasce da un uso anacronistico e ideologico della storia, in cui una artificiosa indignazione morale sostituisce l’analisi documentaria. Lo studio in archivio e la conoscenza del funzionamento reale degli apparati militari e carcerari dell’epoca, permette una regolare ricostruzione dei fatti.

Una burocrazia puntigliosa come quella ottocentesca che annotava tutto e ogni cosa, come emerge dallo studio dei documenti sui prigionieri di Fenestrelle, non avrebbe deciso di punto in bianco di far sparire migliaia di uomini già tante volte registrati in documenti, atti e registri, senza che nessuno se ne accorgesse, “nemmeno la Chiesa”.

Il lavoro in archivio è spesso doloroso, difficile, complicato. Richiede non solo competenze specifiche, studio, ore e ore di applicazione, ma anche la forza di saper raccontare i fatti per come emergono da quelle carte.

Ed è proprio questo lavoro che non conferma la narrazione di Fenestrelle come luogo di sterminio.

La funzione dello storico non è alimentare miti consolatori o risentimenti retroattivi; è rendere il passato intelligibile.

Trasformare Fenestrelle in un “lager italiano” è invece una falsificazione storica, che indebolisce — non rafforza — una critica seria al processo di unificazione. Un ignobile tentativo di paragonare queste vicende ai genocidi del XX secolo è una distorsione immonda della storia. La storia non ha bisogno di miti, ma di fonti, contesto e responsabilità intellettuale.

Queste mistificazioni hanno affascinato e convinto tanti lettori in buona fede, soprattutto dopo le esasperate denigrazioni rivolte ai meridionali in alcuni contesti politici. Si è alimentato così il falso mito di una Borbonia felix ricca e prospera, depredata dai piemontesi; la santificazione di criminali comuni come i briganti; ed altre nefandezze. Queste leggende consolatorie sono inutili, alimentano odio e razzismo e quell’insopportabile e dannoso vittimismo meridionale, vera palla a piede di un Sud che invece dovrebbe riconoscere la forza e la bellezza della sua storia pienamente protagonista del Risorgimento e dell’unità d’Italia. Una grande classe dirigente meridionale, quella dei Lacava, dei Racioppi, ha fatto l’Italia, noi perché mai dovremmo costruire menzogne su di essa?

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