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Il bombardamento di Potenza (8-9 Settembre 1943): il racconto inedito di un protagonista

                                                                                                                                     di Antonio Rubino
Aereo delle forze alleate durante la II Guerra Mondiale
Foto tratte da: Potenza d'Epoca - "I video e le foto piu' antiche"
Il 25 Luglio del 1943 Mussolini era stato deposto. Vittorio Emanuele III aveva nominato Badoglio capo del Governo. Il 3 settembre 1943 veniva siglato, segretamente, l’Armistizio di Cassibile. 
Cinque giorni dopo, alle 19.45, gli italiani sono incollati con le orecchie alla radio, Badoglio legge il suo proclama rendendo pubblico l’armistizio. Gli Italiani cessano ogni ostilità contro gli anglo-americani. Un proclama poco esplicito ma che, nel disorientamento generale, viene accolto con speranza [1].
Beppe Fenoglio, in Primavera di bellezza, sintetizza magistralmente quei mesi in pochissime frasi:
« E poi nemmeno l’ordine hanno saputo darci. Di ordini ne è arrivato un fottio, ma uno diverso dall’altro, o contrario. Resistere ai tedeschi - non sparare sui tedeschi - non lasciarsi disarmare dai tedeschi - uccidere i tedeschi - autodisarmarsi - non cedere le armi» [2]

In quei giorni convulsi, mentre l’VIII armata si dilegua, la città di Potenza viene bombardata dagli aerei alleati. La città, sconvolta, conterà circa 200 vittime.
Una delle zone maggiormente colpite dalle bombe, fu il quartiere di Santa Maria che prende il nome dalla chiesa francescana di Santa Maria del Sepolcro [3]. dove si concentravano diversi obiettivi militari.  
I frati di Santa Maria, dopo aver appreso dell’armistizio, si trovarono tra sorpresa e sgomento sotto il bombardamento degli aerei alleati, di quel momento conserviamo una pagina di diario davvero molto interessante. Si tratta del racconto di quella notte di padre Mario Brienza, a quel tempo padre guardiano del convento.

Da tempo mi occupo dello studio della presenza francescana in Basilicata. Un valido “supporto” nel non agevole reperimento di fonti documentarie su questa complessa e secolare “vicenda storica”, sono alcuni manoscritti di padre Mario Brienza, frate Minore nato a Forenza il 17 agosto 1895 e morto il 31 ottobre 1958 nel convento di Santa Maria del Sepolcro a Potenza.
Il convento di Santa Maria, proprio grazie all’energica opera di padre Brienza, tornò a essere un luogo francescano negli anni ‘30 del XX secolo. Mario Brienza fu docente di storia ecclesiastica e la sua opera di studio e trascrizione ha salvato e tramandato importantissimi documenti della Provincia dei Frati Minori salernitano-lucana.
Nel consultare questi appunti, tra i quali vi sono anche interessanti e inediti saggi di storia francescana, mi sono spesso imbattuto in cronache e diari compilati dal frate lucano in diversi luoghi della Provincia religiosa. Alla città di Potenza padre Mario fu particolarmente legato, alla sua storia dedicò diversi studi, celebre quello sulla parata dei turchi [4]. Si occupò anche della storia di tanti conventi francescani lucani, girando per archivi e biblioteche di tutta Italia.

Con frate Mario Brienza, la notte dell’8 settembre 1943, ci sono frate Gabriele Ronzano, suo concittadino, e gli altri frati che vivevano nel convento di Santa Maria contornato da obiettivi militari: la chiesa, sorprendentemente, non venne colpita. 
Tra episodi che riemergono al limite della tragedia, vi sono particolari che strappano un sorriso, tra un sandalo perso nella notte e il suo confratello che chiede di essere confessato mentre cadono le bombe. Padre Mario, energico e risoluto troverà riparo prima nel rifugio antiaereo per i militari, poi insieme ai civili. Scriverà, poi, che la Provvidenza aveva salvato l’amata chiesa potentina dai bombardamenti, forse questa fiducia in Dio, durante il fuggi fuggi di quella notte, fece sì che frate Mario rispondesse a frate Gabriele che non era il tempo di chiedere l’assoluzione, perché non era ancora il tempo di morire.


Il bombardamento di Potenza
di Mario Brienza ofm

Se vi fu mai una città che ha provato cosa sia la beffa, questa sì, fu Potenza nel giorno 8 settembre 1943.
Da qualche mese gli aerei delle nazioni alleate vi passavano con una certa frequenza, specialmente dopo lo sbarco in Sicilia e susseguentemente al passaggio in Calabria. Mai un colpo di mitragliatrice e di altra arma da fuoco contro di essi. Eccezion fatta un giorno da qualche carro armato tedesco nell’altura di Montocchio.
Poi più nulla. Potenza era davvero la città indifesa che non seppe o non volle neppure tenere nei rispetti i pochissimi tedeschi che vi si trovavano e quei pochi, alla spicciolata, che risalenti dalle Calabrie passavano per questa via interna.
Fin dal giugno del 1943 si era trasferito a Potenza il comando della Settima armata agli Ordini del Principe Adalberto di Savoia duca di Bergamo. Gli si era trovato posto per gli uffici del comando e per il comandante. Con attività febbrile si costruì un rifugio coperto nella villa accanto al palazzetto del Col. Francesco Scafarelli.
Vi erano tanti ufficiali, tanti soldati nella scuola di Artiglieria. Vi erano sedici pezzi di artiglieria, che collocati in punti strategici, avrebbero potuto imporre ai tedeschi di passaggio di filar diritto. Questo costituiva un pericolo e davvero un pericolo grave per Potenza. Saperla sede di comando di armata non poteva lasciar tranquilli gli animi. Ma, come si è detto gli apparecchi alleati non furono mai fatti degni di reazione di armi. I pochi tedeschi di transito non diedero molestia a nessuno che si sappia, prima dell’armistizio. Né qui, d’altronde, fu mai lanciata alcuna bomba.
Si dovette attendere la sera dell’armistizio.
Nel pomeriggio inoltrato del giorno 8 Settembre si cominciò, da qualcuno che aveva sentito la radio, a parlare di Armistizio e, alle 8 di sera, si ascoltò, alla radio, il messaggio di Badoglio alla nazione. I cuori si rallegrarono, molti fecero addirittura festa pensando che Potenza, che era lì lì per essere travolta dall’uragano, veniva salvata giusto in tempo. Non si supponeva nulla, neppur lontanamente, di quello che stava per succedere.
Erano le dieci di sera. La gente in gioia e in festa nella splendida serata settembrina godeva il fresco, parlava e commentava l’evento, quando, improvviso fragore sconvolge ogni idea, distrugge ogni progetto. Una bomba lanciata da un apparecchio in piena città, nella parrocchia di S. Michele a Via Roma, getta ogni scompiglio. La città si riversa fuori in confusione massima, specie nella zona colpita. Poi tutto ritorna a tacere.
I commenti? Altra vendetta dei tedeschi indignati per l’armistizio italiano. Quando si va per supposizioni, diceva il Manzoni, si finisce per far torto anche ai barbari.
Si uscì fuori, ma poi si ritornò dentro sospettosi e pronti a uscire nuovamente non appena il pericolo si fosse fatto sentire. Particolarmente in timore si dovette essere qui a Santa Maria dove gli obiettivi militari della città erano agglomerati: quali le Caserme, il deposito del 48°, il comando della milizia e ultimamente anche il comando dell’armata.
Ma, persistente e lineare era l’idea che i tedeschi avessero agito e non gli anglo-americani. All’una dopo mezzanotte un’ondata di bombardieri riprese a bombardare la città gettando terrore, distruzione e morte. Particolarmente colpiti il rione presso San Gerardo e presso San Michele, poi Santa Maria. Nella nottata furono gettati razzi luminosi che illuminavano le scene sinistre. Furono colpiti il palazzo Masella, il 48° fanteria, la prima Italo Balbo. Volarono via per lo spostamento d’aria le imposte a nord della chiesa di Santa Maria e si infransero tutti i vetri qui in convento, mentre il Padre (…) uscì fuori e col Padre Basilio e fra Bernardo più lesti a fuggire presero il largo. Il Padre Superiore (si tratta dello stesso Frate Mario Brienza ndr) col Padre Gabriele uscirono dopo alla terza bomba, vicini, mentre Fra Serafino nel risveglio repentino e violento non riusciva a raccapezzare una scarpa. Rimase dentro e passò il resto della notte nella chiesa non sapendo dove andare.
Il Padre Superiore e il compagno, usciti nella piazza dal cancello, mentre bombe cadevano anche nei dintorni, si gettavano a terra per evitare spostamenti d’aria e poi, voltando per un viottolo di campagna, visto aperto l’adito al rifugio preparato per il comandante dell’armata, vi entrarono trovando ivi un sottotenente con una squadra di soldati. Nella piazza il Padre Gabriele tremante chiese l’assoluzione. Ma gli si rispose che non era tempo.
Tutti erano allontanati dal convento. Il Rettore coi pochi fratini, il Padre Basilio con Fra Bernardo e Donato Sabia, il superiore e il Padre Gabriele. Solo vi era rimasto Fra Serafino che, nei momenti di trepidazione sotto gli scoppi delle bombe vicine, non seppe trovare i sandali e non sapendo dove andare rimase in chiesa tutta la notte.
Nel Ricovero di Scafarelli i soldati non facevano che fumare rendendo l’aria irrespirabile e il Padre Gabriele tutto tremante, in ginocchio, incominciò il rosario di 15 poste. Mentre di fuori giungevano i rumori delle bombe cui rispondeva lo scotimento del muro.
Verso le quattro era silenzio. I soldati con il loro ufficiale erano andati via e il Padre Gabriele non sentendosi sicuro si premurava di correre alla galleria, in cerca di rifugio più sicuro. Lo si dovette contentare e correre alla galleria, dove si trovò rifugiata buona parte della popolazione e anche ufficiali e soldati della vicina caserma.
I discorsi che si facevano era questi:
«Da che parte venivano i bombardamenti? Dagli Angloamericani?». Pareva impossibile se si teneva conto dell’armistizio. Si pensava ai tedeschi, appunto, che fosse una loro vendetta proprio per l’armistizio.
In mattinata tutto pareva quiete e calma. Tutti si uscì fuori dai rifugi pensando che fosse finito tutto.
Danni alla casermetta, bombe in cortile, danni al palazzo Masella e alla tubatura dell’acqua e all’edificio scolastico Italo Balbo.
Rientrati in convento si celebrò la messa, si fece la comunione a tutti. Una messa fu pure celebrata alla colonia.
Intanto si sparsero le notizie che era stata colpita la Cattedrale, l’episcopio e la chiesa di San Michele. Don Antonio Enrichetti che se l’era vista brutta perché la sua casa fu violentemente scossa dalle vicine bombe che si abbattevano nel rione Addone, venne giù in condizioni di eccitamento e mezzo scinto. Raccontò qualche cosa dello stato delle cose di su, e anche inquilini del palazzo Masella, i cui quartieri non vennero direttamente colpiti, vennero da noi a riprender fiato.
Il Superiore si recò a San Michele. I religiosi si erano allontanati. Uno spezzone della piazzetta San Michele, presso la fontana, aveva con lo scotimento di aria fatto volar via le imposte della sagrestia, sovrasacrestia e chiesa.



[1] Su questo periodo è molto utile questa lettura: E. A. Rossi, Una nazione allo sbando:l'armistizio italiano del settembre 1943 e le sue conseguenze, Bologna, Il Mulino, 2003.
[2] B. Fenoglio, Primavera di Bellezza, Milano, Grazanti, 1959.
[3] A. Pellettieri-A. Rubino, Tra il Casale e la città. Santa Maria del Sepolcro e la vicenda dei Frati Minori in Basilicata, Foggia, Centro Grafico, 2014.
[4] M. Brienza, Un riflesso della battaglia di Vienna nel 1683 nella processione dei turchi in Potenza, Potenza, 1955.
Una raccolta di foto d'epoca sul bombardamento di Potenza dell'8 settembre 1943 lo trovi qui:

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