Storia di Carlo Lavanga, meglio noto come il Beato Bonaventura da Potenza

Se provassimo a chiedere ai passanti per le strade di Potenza: “chi è Carlo Lavanga?”, pochissimi potentini risponderebbero in maniera esatta. Eppure sotto questo nome è celata una importantissima figura di un personaggio nato nel capoluogo lucano qualche secolo fa, il Beato Bonaventura da Potenza.


Diciamoci la verità, a Potenza il Beato non gode di quella popolarità e di quel forte senso di appartenenza di cui sono circondati altri personaggi simili come il Beato Egidio a Laurenzana o il Beato Domenico Lentini a Lauria. Forse perché il Beato Bonaventura ha trascorso la maggior parte della sua vita lontano dalla sua patria. Tuttavia, tanti sono i punti di riferimento in città che richiamano questa figura: la bellissima statua esposta alla venerazione dei fedeli nella Chiesa di San Francesco; la statua in Largo Pignatari nel centro storico; la casa natia trasformata in cappella in Largo Beato Bonaventura nei pressi di Via Pretoria; la Parrocchia Beato Bonaventura a Malvaccaro; una campana a lui dedicata sul campanile della cattedrale, quasi a voler far ascoltare la sua voce che invita a lodare Dio. Inoltre, la fraternità regionale dell’Ordine Francescano Secolare lo ha eletto come Patrono, una scelta che dovrebbe far rinvigorire il culto in tutta la regione.

Ogni anno nel mese di maggio con un pellegrinaggio cittadino a Ravello, la città di Potenza offre l’olio per la lampada che arde perennemente dinanzi all’altare dove riposano i resti mortali del Beato. 

Carlo Lavanga nasce a Potenza in una fredda giornata invernale il 4 gennaio 1651 da Lello e da Caterina Pica. Il papà era sarto e provvedeva con il suo lavoro ai bisogni familiari, la mamma una brava e pia donna di casa che durante l’attesa del suo bambino era solita invocare il Signore perché venisse al mondo un bel bambino sano e soprattutto sempre timorato di Dio.

Il piccolo Carlo fu portato al fonte battesimale nella Cattedrale di San Gerardo nello stesso giorno della nascita, a sei anni sempre in cattedrale fu cresimato e già da bambino, dietro l’esempio della mamma, prese a frequentare con assiduità la chiesa ed in modo particolare la cattedrale e la chiesa di San Francesco, alla quale è legata la prima presenza dei frati minori nella città. 

Frequentando la chiesa di san Francesco e la fraternità dei frati minori conventuali, Carlo è affascinato dal carisma francescano ed è attratto dallo stile di vita dei figli del Santo di Assisi. Ha appena quindici anni quando chiede di entrare nell’Ordine dei Frati minori conventuali.

Il 5 ottobre 1666, giorno successivo alla solennità di San Francesco, il giovane Carlo Lavanga iniziava il suo noviziato nel convento di Nocera. Il giovane potentino entrando nel noviziato inizierà una nuova vita: non sarà più Carlo, ma fra Bonaventura, assumerà il nome del grande santo francescano Bonaventra da Bagnoregio, si allontanerà dalla sua città nella quale non farà più ritorno.

Giusto un anno dopo viene ammesso alla professione semplice della regola di san Francesco e da quel momento si accende in lui il desiderio che lo accompagnerà per tutta la vita, di essere sempre più uguale a san Francesco.

Ha circa 21 anni quando viene trasferito nel convento di Amalfi e qui trova un grande maestro di vita spirituale, un altro lucano nato a Vietri di Potenza, padre Domenico Girardelli da Muro. Alla scuola di tale maestro ebbe modo di maturare e perfezionare la sua vocazione alla santità. Già in quel periodo iniziano a manifestarsi i primi segni straordinari che sottolineano il suo rispetto e il suo totale abbandonarsi al voto di obbedienza. Si racconta che in una calda giornata di estate un benefattore portò al convento un pezzo di ghiaccio che affidò nelle mani di fra Bonaventura. Il frate potentino incontrando il padre guardiano chiese dove doveva portare quel ghiaccio. Il guardiano per sottolineare quanto fosse superflua la domanda, gli rispose: “nell’armadio della sagrestia”. Lui senza batter ciglio eseguì alla lettera quanto gli era stato detto. Al momento del pranzo non vedendo il ghiaccio a tavola il guardiano chiese a fra Bonaventura che fine avesse fatto… si sentì rispondere candidamente che il ghiaccio era in sagrestia, nell’armadio, così come il superiore aveva chiesto. Tutti i frati che erano a tavola, stupiti della disarmante obbedienza del loro confratello, accorsero in sagrestia per vedere gli effetti disastrosi che sicuramente si sarebbero verificati con lo sciogliersi del ghiaccio nell’armadio dei paramenti e delle suppellettili sacre. Lo stupore per l’ingenua obbedienza si tramutò in meraviglia nel costatare che neppure una goccia di acqua vi era sugli indumenti e che il ghiaccio non si era sciolto, i paramenti e gli arredi sacri erano completamente asciutti. Gli effetti “strani” dell’obbedienza! 

Per il giovane fra Bonaventura che aveva già ricevuto gli ordini del suddiaconato e del diaconato, si avvicinava il tempo dell’ordinazione presbiterale, lui che cercava di essere sempre più somigliante al serafico Padre si sentiva indegno di tanta grazia, san Francesco per umiltà non era diventato sacerdote, come poteva lui accedere a una dignità così grande? Con l’aiuto del suo padre spirituale riuscì ad entrare nell’ordine dell’idea che era proprio Dio che lo chiamava a svolgere un tale ruolo a servizio dei fratelli e delle comunità in cui sarebbe stato chiamato a svolgere la sua missione, così nel terzo anno della sua presenza ad Amalfi, il frate potentino fu ordinato presbitero dal vescovo di quella città.

Padre Bonaventura iniziava un nuovo e più impegnativo cammino con un grande fervore e con spirito di donazione. Nella celebrazione mattutina della santa Messa aveva il medesimo trasporto e la dedizione che aveva avuto nella sua prima celebrazione. La fama del francescano di Potenza ormai aveva rotto gli argini del confine del convento di Amalfi ed era dilagata in tutta la costiera, la sua perfetta obbedienza, il dono della profezia e la carità con cui svolgeva il suo ministero di frate e di sacerdote avevano acceso un grande desiderio di averlo nelle varie comunità: erano tante le richieste che giungevano al Ministro Provinciale per avere Padre Bonaventura.

Con dolore Bonaventura accettò l’obbedienza di dover abbandonare il suo padre spirituale e Maestro Padre Domenico Girardelli per trasferirsi nel convento di Sant’Antonio a Napoli. Anche in Napoli la fama di santità del nostro frate dilagò per tutta la città. Al suo consiglio accedevano non solo i popolani, ma tanti notabili della Napoli del tempo. Bonaventura continuava a ripetere che lui era un povero frate figlio di un umile sarto potentino. La gente che lo conosceva però si convinceva sempre più che le preghiere di Bonaventura erano particolarmente gradite a Dio che non mancava di accettare le sue richieste. Lui umilmente si schermiva affermando che era per mezzo di Sant’Antonio che il Signore concedeva quelle grazie che tante persone vedevano accadere dopo le sue preghiere.

Come è usanza tra i frati francescani, la permanenza in un convento è sempre provvisoria e per un periodo limitato e così fu anche per Bonaventura che veniva di volta in volta spostato da un convento all’altro:da Giugliano a Montella e poi a Sorrento. Sempre altri conventi, si rivolgevano al Padre Provinciale per avere la presenza di Bonaventura, la fama della sua santità si estendeva, anche i confratelli del convento di San Francesco di Potenza, pressati anche dai familiari, dai concittadini e dalla nobiltà locale chiesero al ministro provinciale la presenza di Padre Bonaventura. Il frate seppe di quanto si stava organizzando in Potenza e supplicò il suo superiore di non accettare quanto i suoi concittadini chiedevano con tanta insistenza, temendo che l’accoglienza nella sua terra di origine potesse essere una prova troppo grande per la sua umiltà. Intanto, da Potenza giunse notizia che la sorella di padre Bonaventura si era ammalata gravemente, a quel punto il padre provinciale gli ordinò di partire insieme ad un confratello per portare il suo conforto alla congiunta. A questo punto non poteva certamente esimersi dall’obbedienza, anche se temeva che la sua presenza a Potenza potesse generare delle manifestazioni contrarie alla sua forma di vita umile. Il beato insieme a un confratello partì a malincuore verso la sorella moribonda, quando, arrivati ad Eboli si rivolse al suo confratello dicendogli che il loro viaggio ormai si poteva interrompere e potevano ritornare al convento, aveva avuto in visione l’anima della sorella che saliva verso il Cielo. Così fu, la sorella era spirata e Potenza perdeva l’unica occasione di avere dinuovo, anche se per poco tempo, la presenza di questo suo grande figlio.

Dopo l’interrotto viaggio a Potenza, eccolo a Capri a fondare un nuovo convento, poi ad Ischia e poi nuovamente a Napoli. E continuamente anche in questo periodo la fama di santità andava aumentando e si moltiplicavano gli episodi, molti potevano essere considerati paradossali, legati alla sua testiomonianza di obbedienza e umiltà. Come quando rimase per tre giorni in una stanza ad aspettare il padre superiore che gli aveva detto “aspettami qui” e avendo trovato una combinazione era partito per Napoli.

Per alcuni anni la provincia monastica conventuale non aveva accettato nuovi novizi, perché si riteneva necessario riportare le comunità ad una più stretta osservanza della regola. Si discuteva sulla nomina di un nuovo maestro dei novizi, ben presto la scelta venne fatta e non si poteva trovare miglior maestro che padre Bonaventura da Potenza. Quando il ministro provinciale gli comunicò il nuovo compito che gli era stato affidato, Bonaventura cercò in tutti i modi di convincere il suo superiore che la scelta non era quella giusta: lui non si sentiva in grado di essere maestro per gli altri. Il superiore glielo impose per obbedienza. E per un frate che rimane tre giorni in una stanza per una frase del suo superiore l’obbedienza riguardo l’accettazione di un incarico è ancor più sacra: il nuovo maestro fu spostato a Nocera sede del noviziato. I buoni frutti di quella nomina non tardarono ad arrivare, i giovani erano affascinati dalla santità del maestro ed accompagnati con dolcezza e con affetto quasi materno nel loro impegnativo cammino.

Dopo aver formato numerosi giovani alla sequela del poverello di Assisi giungeva per lui un altro trasferimento a Napoli, questa volta nel convento dello Spirito Santo. Confortava ed andava a soccorrere quotidianamente le persone ammalate e assisteva poveri e convertiva peccatori. A Napoli le condizioni di salute del santo frate andavano peggiorando: subì una dolorosa operazione al ginocchio, i continui digiuni le penitenze che si affliggeva contribuivano ad accelerare il decadimento fisico, tanto che il suo superiore lo obbligò al riposo a letto e la sua stanzetta divenne un centro di direzione spirituale anche per numerosi confratelli.

Il vescovo di Ravello aveva chiesto la riapertura del convento francescano di quella cittadina e il padre provinciale decise di aderire alla richiesta e di nominare padre Bonaventura guardiano della nuova comunità. Come sempre accettò per obbedienza e si trasferì a Ravello pregando il suo superiore di non investirlo della carica di guardiano. Il padre provinciale fu talmente colpito dalla sincerità della richiesta da accettarla e poco dopo si mosse un piccolo gruppetto di frati conventuali, tra cui il nostro, diretti a Ravello per riaprire il convento di San Francesco.

Ben presto i frati visto lo stato di fatiscenza del fabbricato e l’assoluta mancanza di arredo decisero di abbandonare il convento, solo P. Bonaventura rimase al suo posto, celebrava l’Eucarestia ad un popolo sempre più numeroso e assisteva i tanti poveri privandosi anche del necessario, la sua solitudine venne interrotta dalla presenza di un confratello straniero.

La sua opera non si limitava alla sola Ravello, spostandosi anche nelle varie cittadine della costiera, intanto le sue condizioni di salute peggioravano, ma la sua azione costante non subiva nessun rallentamento, soffriva in silenzio e la sua predicazione si intensificava sempre di più sulla sublimità del Paradiso.

Ripeteva spesso che doveva partire verso la fine di ottobre ed erano in molti a credere che sarebbe ritornato nella sua Potenza.

L’ultima volta che fu visto nella chiesa del convento era per ascoltare le confessioni, poi non riuscì più ad uscire dalla sua celletta costretto a letto da una forte febbre, anche la cella di Ravello si tramutò in una scuola di santità, dopo una confessione pubblica chiese l’unzione degli infermi e guardando e pregando il Crocifisso, pronunciando le parole Ave Maria, il 26 ottobre 1711 chiuse gli occhi alla vita terrena.

Rivestito dell’abito francescano fu portato nella chiesa del convento dove accorse tutto il popolo della costiera. Fu un tripudio di popolo accorso a venerare il santo frate prima che fosse sepolto presso l’altare di Sant’Antonio.

La sua tomba fu subito meta di pellegrinaggi e si diede subito avvio al riconoscimento delle sue virtù e dei suoi miracoli. Nel 1740 si procedette alla ricognizione dei resti mortali e il suo corpo fu ritrovato incorrotto.

Il 26 novembre 1775 Bonaventura da Potenza veniva solennemente dichiarato Beato nella basilica di San Pietro. I suoi resti mortali sono esposti alla venerazione dei fedeli sotto l’altare maggiore della chiesa di san Francesco di Ravello, sua ultima dimora terrena, come tanti anni prima gli era stato predetto dal suo maestro Padre Domenico Girardelli da Muro Lucano .

Antonio Rubino

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