SAN FRANCESCO VIVE (Episodio 2) – Dal "sogno di sè" al "sogno di Dio": Francesco prima di San Francesco secondo Bonaventura da Bagnoregio.
Una serie di Domenico Emanuele Labanca
Diciamolo subito! Francesco non fu sempre uno stinco di santo, ma non siamo neanche certi che sia stato un gran peccatore dissoluto come lo descrive Tommaso da Celano nella sua prima opera. Quest'ultimo "calcò la mano" sui fatti, tendendo a un topos agiografico, creò l'immagine di un Francesco dedito alla vita mondana e al lusso, per accentuare il valore della conversione. La gravità della situazione precedente avrebbe risaltato ancor di più la potenza della Grazia che aveva trasformato un giovane viziato in un cavaliere di Cristo.
Ma siamo sicuri che sia stato proprio tutto così?
C'è da dire che lo stesso Francesco, nel suo Testamento, riconosce un tempo nel quale fu "NEI PECCATI". Ma, Francesco che tipo è stato?
Sappiamo che è stato in guerra, ma non sappiamo i dettagli degli scontri. Sappiamo che fu prigioniero. Esperienze non certo facili.
San Bonaventura da Bagnoregio, nella Legenda Maior, la "biografia ufficiale" di Francesco (affronteremo in un altro articolo la storia della Legenda Maior) scrive:
«Nella città di Assisi visse un uomo, chiamato Francesco, la cui memoria è rimasta in benedizione, perché Dio, prevenendolo benevolmente con la soavità delle sue benedizioni, per sua misericordia lo preservò dai pericoli del mondo e lo colmò abbondantemente con i doni della sua Grazia. Questi, infatti, anche se da giovane visse nelle vanità del mondo, come i vani figli degli uomini e, acquistata una certa istruzione letteraria, ebbe ad incamminarsi nelle lucrose attività del commercio, tuttavia, sempre assistito dall'alto, non seguì mai la voluttà della carne, sebbene fosse piuttosto incline al godimento e vivesse tra giovani gaudenti. Così pure, sebbene fosse intento a fare buoni guadagni e vivesse tra mercanti ingordi, tuttavia non attaccò mai il suo cuore al denaro. Nell'animo del giovane Francesco, invece, era, infusa dall'alto, una grande compassione verso i poveri. La quale virtù, crescendo sempre più in lui sin dalla fanciullezza, gli riempiva il cuore di tanta bontà da fargli proporre, da uditore non sordo del santo Vangelo, di donare sempre a chiunque gli chiedesse qualcosa, specialmente se gliela avesse chiesta "per amor di Dio"»
Questi sono solo pochi versi della descrizione di San Bonaventura. Egli infatti lega molti altri eventi a questa descrizione. Il primo che viene raccontato è il giorno in cui un povero entrò nel negozio del padre di Francesco chiedendo l'elemosina "per amor di Dio". Francesco lo mandò fuori a mani vuote e «Non appena rientrò in sé stesso, però, corse dietro a quel poverello e, con grande dolcezza, gli diede l'elemosina»
La verità però è che «Francesco ignorava ancora quali fossero i disegni di Dio su di lui. Distratto, per volere del padre, nelle cose di questo mondo e sospinto per inclinazione della natura verso i piaceri della terra, egli non aveva ancora appreso a contemplare le cose del cielo»
Ma quali sono queste cose che fanno "distrarre" Francesco. Beh! San Bonaventura dicendo "per volere del padre" ci fa capire che sicuramente è il denaro, le stoffe, la vendita e soprattutto la guerra. Infatti Francesco "nel secolo" (così Bonaventura identifica la vita di Francesco prima della conversione) amava la guerra. Egli voleva diventare cavaliere, diventare un eroe, ma non sapeva che le sue gesta non sarebbero state quelle di un cavaliere sul campo di battaglie, ma quelle di un cavaliere di Cristo. Quel giovane sempre attento (nel secolo) al suo aspetto, al suo vestire, proverà l'amarezza della guerra e l'esperienza della prigionia e della malattia. Solo il pagamento del riscatto da parte del padre lo farà scagionare. Non contento della sua esperienza Francesco decide di ripartire per la guerra, in cerca di fama e di un titolo nobiliare «Ma, giunto appena alla città vicina (Spoleto), durante la notte sentì che il Signore con voce amichevole, gli chiedeva:
- Francesco, chi ti può assicurare un trattamento migliore: il padrone o il servo; il ricco o il povero?
E poiché Francesco rispose che certamente lo avrebbe potuto trattare meglio il padrone o il ricco, subito la voce aggiunse:
- Perché, dunque, tu abbandoni il Signore per seguire il servo, il ricco tuo Dio per seguire un pover'uomo
Allora Francesco:
- O Signore cosa vuoi che io faccia?
- Torna nella tua terra, perché la visione che hai veduto preannunzia un evento spirituale che si compirà in te non per vie umane, ma per divina disposizione.
La mattina dopo Francesco, sicuro e gioioso, torna sollecitamente ad Assisi e qui, divenuto ormai modello di ubbidienza, attende di conoscere la volontà del Signore»
Da questo momento inizia la vera conversione di Francesco.
Egli compie numerosi segni di umiltà e povertà da quel giorno, soprattutto per il lebbrosi. Francesco, infatti, prima odiava i lebbrosi e come tutti si allontanava da loro. Quel giorno però tornato ad Assisi incontrò un lebbroso e comprese che per seguire Cristo bisogna avere la vittoria su sé stessi. A quel punto Francesco diede l'elemosina al malato e gli bacio la mano riconoscendo in lui il volto del Re dei Re «Allora, pieno di meraviglia e di gioia, Francesco cominciò a cantare devotamente le lodi al Signore e si propose, da quel momento, di salire sempre a maggiore perfezione. A tal fine cominciò ad andare in cerca di luoghi solitari, come più adatti al raccoglimento (...) Difatti un giorno, mentre così appartato pregava e, per il gran fervore, era tutto assorto in Dio, gli apparve Gesù Cristo come inchiodato alla croce. A tal vista l'anima si sciolse in pianto e il ricordo della Passione di Cristo penetrò così profondamente nelle fibre del suo cuore che, d'allora in poi, quando gli tornava alla mente il pensiero della crocifissione di Gesù, difficilmente tratteneva le lacrime (...) Da questo fatto l'uomo di Dio comprese che era rivolto a lui quel detto del Vangelo: " Se vuoi venire dietro a me , rinnega te stesso, prendi la tua croce e suguimi (Mt. 16,24)»
Francesco continua a pregare ogni giorno Cristo in questi luoghi solitari. Un giorno si trova a pregare nella piccola chiesa di San Damiano «la quale essendo molto vecchia, minacciava di crollare. Divinamente ispirato, vi entrò a pregare. Prostrato dinanzi all'immagine del crocifisso, si mise a pregare (...) e mentre con gli occhi pieni di lacrime guardava la croce di Gesù, con le sue orecchie udì una voce proveniente dalla stessa croce che per tre volte gli disse
- Francesco, và e ripara la mia casa che, come vedi, va tutta in rovina!»
San Bonaventura scrive che Francesco era spaventato, ma comprendendo quelle parole fino al profondo del cuore cadde in estasi. «Quando finalmente tornò in sé, si dispose ad obbedire al comando ricevuto , dedicandosi con tutte le sue forze alla riparazione della chiesa materiale, sebbene - come lo Spirito Santo gli fece comprendere in seguito, ed egli rivelò ai suoi Frati - il significato principale delle parole udite si riferisse propriamente a quella "Chiesa che Cristo ha conquistata a Sé col proprio Sangue"»
Tornato a casa Francesco prese le stoffe del padre e le vendette, torno nella chiesetta e iniziò a restaurarla. Quando seppe che il padre era al corrente di ciò che egli aveva fatto, scappò in una grotta e pregò incessantemente il Signore. Poi uscì e in molti lo derisero e gli lanciavano pietre e fango. Il padre sentendo le urla accorse sul posto e trovato il figlio lo percosse. Tutto questo non servì, però, perchè nella mente di Francesco risuonavano solo delle parole del Vangelo «Beati coloro che soffrono persecuzioni per la giustizia, perché di essi è il regno dei cieli».
Dopo qualche tempo, essendosi il padre allontanato, la madre del Servo di Dio lo mandò nel luogo dove egli si era rifugiato precedentemente. Quando il padre tornò e non vide il figlio si infuriò e lo raggiunse in quel luogo. Francesco però era pronto a soffrire per amor di Dio. Vedendo questo il padre pensò solamente di riprendersi il suo denaro (quello ricavato dalle stoffe) e si infuriò ancor di più quando lo vide buttato sulla finestra della chiesetta. «In seguito, però, questo "padre secondo la carne" cercò di trascinare questo "figlio della grazia", già spogliato del denaro, dinanzi al Vescovo della città, perchè nelle mani di lui rinunziasse anche all'eredità paterna e restituisse tutto quello che per caso avesse con sé. Francesco, da vero innamorato della Povertà, dichiarò di esser pronto a farlo. Difatti, giunto dinanzi al Vescovo, senza indugi o tentennamenti , senza ascoltare o dire una sola parola, si spogliò immediatamente di tutte le sue vesti e le restituì al padre. Si vide allora che quest'uomo di Dio, sotto le vesti delicate, portava sulle carni il cilizio. E non basta. Ebbro ormai d'un sovrumano fervore spirituale, buttate via anche le mutande e completamente nudo davanti a tutti, rivolto al padre disse "Sino ad ora ho chiamato te padre mio sulla terra; d'ora innanzi, invece, potrò dire con tutta verità: PADRE NOSTRO; CHE SEI NEI CIELI. In Lui ripongo ormai ogni mia ricchezza, in Lui tutta la mia fiducia e la mia speranza". Nel vedere questo, il Vescovo, ammirando, il grande fervore dell'uomo di Dio, balzò subito in piedi, se lo strinse piangendo tra le braccia e, da quel buono e pio uomo qual egli era, lo coperse col suo manto, mentre ordinava ai suoi servi di portare qualcosa per coprire quelle membra nude. Gli portarono un povero e rozzo mantello di un contadino, che era lì al servizio del Vescovo. Francesco lo accettò con gratitudine. Poi, con della calce che gli capitò per caso , vi tracciò sopra con le proprie mani un segno di croce, facendone così una copertura adatta ad un uomo crocifisso, povero e seminudo. Così, dunque, il servo del sommo Re fu lasciato nudo, perché meglio potesse mettersi al seguito del Signore nudo e crocifisso, che egli tanto amava. E così, pure, egli si munì del segno della croce, per affidare l'anima sua al legno della salvezza e, per mezzo di esso, uscire salvo dal naufragio di questo mondo».
Bonaventura non "calca la mano", idealizza un Francesco nella perfezione. Facendo percepire che fin dall'inizio è in lui una scintilla divina che lo guida.
Ma dal suo racconto, come da quello del Celano, non riusciamo a carpire il profilo di quel Francesco che vive ad Assisi lavorando nella bottega del padre. Tuttavia, il racconto "teologicamente controllato" di Bonaventura lascia un indizio. Francesco ascolta Dio. E ha il coraggio di seguirlo. La semplicità di questa intuizione ci spinge a vederlo come i ragazzi della sua condizione sociale: figlio di ricco mercante, Francesco vaga come un cavaliere errante alla ricerca di senso nella vita, da abile commerciante e da sognatore. Vive con pienezza la vita prima secondo i dettami del mondo, inseguendo sogni del mondo. Poi, da sognatore a realizzatore di un sogno: l'incontro con Cristo.
Francesco inizia così il suo testamento: «Il Signore, così, dette a me, frate Francesco, di iniziare a fare penitenza così: quando ero nei peccati, mi pareva cosa tanto amara vedere i lebbrosi, ed il Signore stesso mi condusse tra loro e usai con essi misericordia. Ed allontanandomi da loro, ciò che mi pareva amaro mi fu mutato in dolcezza di animo e di corpo. Ed in seguito, stetti un poco e uscii dal secolo.»
Ma di chi era lui nel "secolo" non dice nulla, a parte che era nei peccati. Era un mercante, era un giovane che sapeva divertirsi e sapeva ben vestire, era un appassionato cantante imbevuto della cultura delle chanson de geste. Era un uomo del suo tempo. Che cambiò il suo tempo.

Commenti
Posta un commento