Articolo del Giorno

Archivistica per tutti: cos'è l'ordinamento per materia ?[1]

 

di Carmine Venezia (archivista di Stato)

 Il più pericoloso, perché il più suggestivo, è l'ordinamento per materia. Esso è il primo che si presenti alla mente di storici privi di studi archivistici, e va sottolineato quanti e quali gravissimi danni abbiano commesso storici ignari di archivistica quando, purtroppo, hanno preteso di effettuare ordinamenti di archivi[2].

 


            

Chi ha avuto a che fare con il mondo degli archivi nella propria esperienza professionale sarà stato presumibilmente dissuaso dall’utilizzare il metodo per materia, finanche a rischio di finire al rogo su pubblica piazza. Ma quali sono i motivi per i quali questo criterio di ordinamento è bollato come anti-scientifico nella disciplina di settore?

            Bisogna anzitutto fare un passo indietro, accennando al contesto nel quale esso cominciò a diffondersi notevolmente. A partire dal secolo XIX si assistette ad un proliferarsi di istituti adibiti alla conservazione delle carte antiche in quanto tali[3], non più correlate esclusivamente ad un determinato interesse pratico o giuridico come accadeva prevalentemente in passato: emersero prepotenti le esigenze di studio della documentazione, concentrata nella propria integrità in un unico luogo destinato alla ricerca storica. Ben presto si avvertì dunque l'esigenza di riordinare fondi provenienti da soggetti produttori diversi, spesso soppressi e sostituiti da altri. Al cospetto di enormi masse documentarie provenienti da più uffici, il collegamento coi quali avevano spesso perduto, “sembrava naturale dare a quelle carte un ordine diverso da quello che esse avevano avuto presso gli uffici produttori, riunendo insieme quelle relative allo stesso argomento, qualunque ne fosse la provenienza[4]”. A tal proposito, già dalla fine del secolo XVIII in alcuni stati della penisola italiana si era provveduto a smembrare archivi di diversa provenienza, utilizzando suddivisioni artificiose ai fini della loro riorganizzazione. Si tratta di un modello basato solitamente sull'applicazione retrospettiva dei moderni titolari di classificazione su complessi archivistici già costituiti in origine con propri criteri, dando luogo al cosiddetto ordinamento per materia[5].

L'ordinamento per materia di un archivio (“archivio storico”) è apparentemente simile alla disposizione originaria per materia di una registratura corrente (“archivio corrente”) e quindi, poiché quest'ultima si dispone normalmente, sin dall'origine, a seconda della materia trattata, sulla base di una tabella di classificazione o titolario, chi considera “archivio” anche la registratura corrente e deposito (come avveniva sino a pochi anni or sono da parte di tutta la dottrina archivistica italiana) può essere portato ad applicare anche all'“archivio storico” un tipo di ordinamento che, validissimo quale disposizione originaria delle carte nell'“archivio corrente”, costituisce quale ordinamento dell'“archivio storico” il peggiore dei mali[6].

            A volte il suo impiego è stato circoscritto al singolo fondo, ossia senza promiscuità tra documenti di differente provenienza. Esso trae ispirazione dai movimenti dell'Illuminismo e dell'Enciclopedia[7] – oltre che dalla classificazione animale e vegetale ideata da Carlo Linneo (1707-1778)[8] – in base ai quali ci si proponeva di incasellare la totalità delle discipline in un sistema generale, privo di barriere spazio-temporali, sciogliendo nell’universalità ciò che era originariamente cosa organica. Oltre all’utilizzo pregresso di schemi classificatori predeterminati esso può incentrarsi sulla costituzione di un qualsiasi schema di voci, d'invenzione dell'ordinatore, che si presuma possa offrire una risposta a qualunque domanda immaginabile. Il risultato finale è lo scioglimento di qualsiasi legame giuridico, amministrativo, economico e politico, in quanto sotto una determinata voce si accumulano atti di provenienza ed età diverse, spesso legati a personaggi non attinenti tra loro.

            Francia e Austria furono i paesi in cui l'ordinamento per materia ebbe la più vasta diffusione. In Francia trovò la sua massima espressione nei cadres de classement di inizio Ottocento, in base ai quali i documenti dell'Archivio nazionale furono riorganizzati per contenuto, non tenendo conto del relativo ufficio di provenienza[9]. Ne venne fuori un ordinamento documentario sulla falsariga di quello bibliografico, probabilmente sulla scia di una concezione di similitudine tra archivi e biblioteche, all'epoca diffusa. Il cancelliere di Stato austriaco Wenzel Anton von Kaunitz-Rietberg (1711-1794), estimatore dell’Enciclopedismo, prescrisse ripetutamente agli archivisti milanesi (e a quelli viennesi presso l'Archivio imperiale) l’osservanza dell’ordinamento per materia: fu l’Archivio di Stato di Milano il luogo della sua più compiuta realizzazione, avvenuta nel secolo successivo per mano dell’archivista Luca Peroni[10], impiegatovi dal 1796 al 1832, in veste di direttore dal 1796 al 1799 e dal 1818 al 1832. L’esempio più pregante dell’attività svolta è costituito dai cosiddetti “Atti di governo” – divenuti un'imponente miscellanea di circa 28.000 buste (dal secolo XV in poi) – in cui sono stati ordinati per materia fondi precedentemente omogenei, facendo ricorso a nuove categorie e sotto-categorie, alfabeticamente strutturate. Cassese afferma, molto semplicemente, che “l'Archivio di Stato di Milano è esempio tipico di come non va tenuto un archivio[11]”. Valenti definisce il metodo peroniano “contrario ai moderni principi dell'archivistica, perché i suoi esiti sono risultati, e in gran parte risultano ancora, controproducenti: rompere infatti per principio le concrezioni originarie e isolare il singolo documento dal suo contesto significa togliergli gran parte del proprio significato[12]”. Alcuni recenti studi di Marco Bologna hanno in parte rivalutato l'operato di Peroni, rilevando che questi non abbia adottato “materie astratte, staccate dalla realtà operativa dell'autore della documentazione, oggetti o voci più o meno generiche dedotte da uno schema irreale e riassuntivo dell'azione umana”, bensì – come definiti da Peroni stesso – titoli “indotti dalla reale sfera di competenza e d'attività dell'autore”, riferendosi dunque agli “ambiti in cui quella stessa attività si concretizzava[13]”. Bologna si mostra inoltre prudente su una netta correlazione – spesso data per scontata – tra metodo peroniano ed Enciclopedismo[14], convenendo invece sulla valenza illuministica del suo operato.

                L'ordinamento per materia, oltre al caso emblematico di Milano, fu applicato anche altrove in territorio italiano: a Torino ad opera di Francesco Cullet dal 1707 al 1717 e, nel corso dell’Ottocento, sotto la direzione di Nicomede Bianchi; a Mantova, dove l'Archivio governativo, risalente al 1786, fu ordinato per materia nella seconda metà del secolo XVIII; a Bologna, nel corso del secolo XVIII, tale ordinamento fu circoscritto alle singole magistrature, attenendosi quindi al concetto di rispetto dei fondi; a Parma le disposizioni in tema di archivi del primo governo borbonico (1749-1802) previdero un piano di classi e sotto-classi per la destinazione di tutti i documenti dell'archivio segreto; a Firenze l'ordinamento per materia fu adoperato nei secoli XVIII-XIX per l'archivio delle riformagioni, in cui erano confluiti numerosi fondi provenienti da magistrature diverse; a Lucca fu adottato dal primo direttore del neo-istituito Archivio di Stato (1804), Girolamo Tommasi, legato ancora alla cultura settecentesca; a Siena l'archivio delle riformagioni conobbe un accenno dell’applicazione del metodo negli anni 1770, per mano di Cesare Scali; a Roma il suo utilizzo fu abituale per i decenni a cavallo dei secoli XIX e XX, durante i quali l'Archivio di Stato fu diretto da alti funzionari amministrativi, privi di competenza archivistica.

            Ancora Bologna individua una moderna concezione dell'ordinamento per materia, scevra da ogni nesso con quella settecentesca e col metodo peroniano: se oggi si parla di un archivio ordinato per materia “si intende dire che le pratiche sono state disposte secondo il loro oggetto e non secondo l'ambito d'attività o il servizio entro il quale sono state prodotte dal loro autore. Ciò comporta la ridefinizione della stessa metodologia dell'ordinamento per materia in cui non si pone più il problema dell'individuazione dei servizi o degli ambiti, ma solo quello della definizione di una lunga casistica di oggetti e di argomenti collegati tra loro solo da associazioni concettuali astratte o da nessi utilitaristici e contingenti[15]”. Più che un ordinamento archivistico, si tratta di un astratto assemblaggio di elementi riconducibile al mondo dell'informatica e dei centri di documentazione, dove non tener conto dei documenti ma solo delle informazioni[16]. Questa nuova formulazione del metodo per materia deriverebbe dalle esigenze di ricerca di alcuni settori, in primis quello della ricerca scientifica, nei quali assume un ruolo centrale l'interesse per l'oggetto e le modalità di realizzazione a dispetto di quello per le informazioni autoriali.

Si può ben dire che la formulazione attuale del metodo per materia non riguardi più la sistemazione dei documenti, ma solo quella delle informazioni che essi forniscono e queste informazioni non sono presentate in relazione all'autore ed alle sue procedure formali d'azione, ma solo all'oggetto della potenziale ricerca che può essere effettuata su di esse. L'informazione è distinta, dissociata e staccata anche fisicamente dal documento, al punto che spesso non è più nemmeno necessaria la conservazione fisica di esso[17].

            In conclusione, nella sua veste tradizionale, l'applicazione del metodo per materia presuppone la distinzione tra archivi in formazione e archivi già formati. I primi possono svilupparsi in base all'utilità del produttore, eventualmente anche per materia: in tal caso, paradossalmente, l'ordinamento per materia coincide con quello storico, in quanto rispecchia la disposizione imposta dal soggetto produttore sulla base di propri criteri di collocazione e rinvenimento. I secondi non si devono ordinare in modo diverso da quello originario, pena la perdita del nesso logico che lega i documenti tra loro (vincolo archivistico). Quest'ultima opzione, spesso selezionata inconsapevolmente da riordinatori improvvisati – all'insegna dell'errata convinzione di portare ordine tra le carte – in passato ha più volte rappresentato una “committenza” da parte di chi esercitava il potere, che in tal modo aspirava a “rimodellare il passato in funzione del presente, e l'antico in funzione del moderno, riappropriandosi così di una tradizione documentaria di esercizio del potere che, riproposta nel presente, poteva costituire un'immagine del medesimo da trasmettere al futuro[18]”. Secondo Zanni Rosiello, la documentazione interessata da riordinamenti per materia “era usata da parte di chi la deteneva soprattutto come memoria-autodocumentazione; organizzarla secondo determinati ordini classificatori sembrava un modo pratico per poterla, al momento opportuno, consultare. Era, detto in altre parole, un montaggio, più evidente e vistoso di altri, della memoria documentaria, un montaggio che si riteneva razionale e funzionale all'uso politico-amministrativo che di essa si intendeva o si presumeva fare[19]”. Bologna conferma che il metodo per materia “viene applicato quasi sempre da tutti i governi che tendono alla centralizzazione amministrativa ed alla gestione assoluta del potere, mentre lo stesso metodo cade in disgrazia man mano che si verificano delle condizioni politiche opposte”. L'ordinamento per materia risulta infatti “segreto ed inaccessibile a chiunque non ne conosca a fondo l'unica sua chiave di lettura, ossia il titolario: la consultazione di un fondo sistemato per materia deve essere necessariamente autorizzata e guidata da chi possiede il titolario. Ne consegue che anche la ricerca per scopi amministrativi all'interno di un fondo per materia è di fatto sempre controllata e non libera, mentre quella in un archivio storicamente disposto è autonomamente gestibile da chi lo consulta, dato che non può essere segreta la sua chiave d'accesso”. La democraticità del metodo storico è invece resa evidente “dalla sua accessibilità a chiunque acquisisca una conoscenza di base della storia istituzionale ed anche per la sua intrinseca capacità di istruire metodologicamente lo studioso che effettui ricerche su archivi in tal modo disposti[20].



[1]L’articolo offre degli spunti di riflessione, a fini divulgativi, per i non addetti ai lavori.

[2]Elio LODOLINI, Archivistica: principi e problemi, 14. ed., Milano, Franco Angeli, 2011, p. 160.

[3]Ma già a partire dal XV secolo si manifestarono i primi tentativi di riunire e conservare i documenti prodotti da più uffici in un unico istituto: l'Archivio di Castel Sant'Angelo, fondato a Roma da papa Sisto IV nella seconda metà del secolo XV; l'Archivio de la Corona de Castilla, fondato a Simancas dal sovrano di Spagna Carlo V nel 1543; l'Archivum Vaticanum, fondato a Roma da papa Paolo V nel 1610.

[4]Elio LODOLINI, Storia dell'archivistica italiana, 6. ed., Milano, Franco Angeli, 2010, p. 142.

[5]La prima affermazione teorica dell'ordinamento per materia si ebbe nel trattato di archivistica francese di Le Moine, Diplomatique pratique ou traité de l'arrangement des archives et trésor d'icelles, Metz, 1765.

[6]Elio LODOLINI, Archivistica: principi e problemi, 14. ed., Milano, Franco Angeli, 2011, p. 159.

[7]Da menzionare la pubblicazione dell'Encyclopédie da parte dei filosofi francesi Denis Diderot e Jean Baptiste Le Rond d'Alembert, a partire dal 1751.

[8]Lo svedese Karl Linné (italianizzato in Carlo Linneo) intorno al 1750 introdusse il sistema di classificazione tuttora utilizzato dai biologi di tutto il mondo.

[9]Anche i paesi soggetti alla Francia durante l'età napoleonica dovettero accettare i principi dell'ordinamento per materia, ma non tutti li accolsero, cercando di svincolarsi dalle disposizioni ricevute.

[10]Cassese afferma che la vera paternità del metodo è da attribuire a Bartolomeo Sambrunico (1774), mentre il Peroni si limitò a “portare qualche innovazione nei titoli, e il sistema prese nome da lui perché egli, appunto con le sue innovazioni, mise involontariamente in rilievo tutte le incongruenze” (Leopoldo CASSESE, Teorica e metodologia: scritti editi e inediti di paleografia, diplomatica, archivistica e biblioteconomia, a cura di Attilio Mauro Caproni, Salerno, Laveglia, 1980, p. 175). Bascapè conferma la paternità del Sambrunico, constatando che il nome del discepolo (Peroni) aveva finito per offuscare quello del suo maestro. Il Sambrunico, in particolare – in qualità di direttore generale dell'Ufficio di registratura e degli Archivi governativi – fu incaricato dal ministro austriaco Wilczeck di formalizzare un piano per la sistemazione degli archivi delle pie fondazioni e degli enti ecclesiastici milanesi. Il Sambrunico elaborò dunque un apposito Piano di riordinazione (1787-1789) che il Peroni, a cui il Capitolo delle Quattro Marie di Milano affidò i lavori, perfezionò e diffuse (Marco BASCAPÈ, L’origine del sistema di ordinamento per “materie” adottato negli archivi delle opere pie milanesi, in “Archivi per la storia”, VII/2 (1994)). Secondo D'Addario, invece, il metodo peroniano “avrebbe tratto meglio la propria denominazione dal nome del ministro di Maria Teresa, il principe di Kaunitz, che ne volle l'applicazione agli archivi conservati negli Stati asburgici” (Arnaldo D'ADDARIO, Lezioni di archivistica, Bari, Adriatica, 1972, p. 15). Bologna, concordando con gli studi di Alfio Rosario Natale, afferma che il metodo per materia in Milano “è preesistente al Peroni, non è di provenienza francese, ma asburgica e non riguarda solo gli archivi di governo, ma tutta la documentazione di quell'aria storica” (Marco BOLOGNA, Il metodo peroniano e gli "usi d'uffizio": note sull'ordinamento per materia dal XVIII al XX secolo, in “Archivio Storico Lombardo: giornale della Società storica lombarda”, dodicesima serie, IV (1997), p. 260).

[11]Leopoldo CASSESE, Teorica e metodologia: scritti editi e inediti di paleografia, diplomatica, archivistica e biblioteconomia, a cura di Attilio Mauro Caproni, Salerno, Laveglia, 1980, p. 176.

[12]Filippo VALENTI, Nozioni di base per un'archivistica come euristica delle fonti documentarie: corso di archivistica tenuto presso l'Università di Bologna, Facoltà di Lettere e filosofia (corso di laurea in Storia, indirizzo medievale), anno accademico 1975/1976, a cura di Gabriele Fabbrici e Daniela Grana, in Filippo Valenti, Scritti e lezioni di archivistica, diplomatica e storia istituzionale, a cura di Daniela Grana, Roma, Ministero per i beni e le attività culturali, 2000, p. 156.

[13]Marco BOLOGNA, Il metodo peroniano e gli "usi d'uffizio": note sull'ordinamento per materia dal XVIII al XX secolo, in “Archivio Storico Lombardo: giornale della Società storica lombarda”, dodicesima serie, IV (1997), pp. 247-248.

      Da segnalare che l'opera fondamentale di Luca Peroni, Prospetto di un nuovo metodo di riordinazione degli archivi di governo, completata intorno 1820 e mai pubblicata, venne distrutta nell'agosto 1943 dal bombardamento che colpì la Città di Milano e il suo Archivio di Stato.

[14]Lo studioso sottolinea che l'intento peroniano fosse quello di costruire un sistema organizzativo della prassi amministrativa, non una summa della conoscenza.

[15]Marco BOLOGNA, Il metodo peroniano e gli "usi d'uffizio": note sull'ordinamento per materia dal XVIII al XX secolo, in “Archivio Storico Lombardo: giornale della Società storica lombarda”, dodicesima serie, IV (1997), p. 274.

[16] Vi è una sensibile differenza tra quanto compiuto da Peroni e quanto accade ora nei centri di documentazione: “l'oggetto del riordinamento peroniano sono sempre i documenti nella loro realtà fenomenica di sinolo di supporto e testo, mentre i centri di documentazione sono ormai puramente virtuali, considerano esclusivamente il testo del documento, avulso dal suo contesto storico, e ignorano, nella loro ondivaga sistemazione, i documenti d'origine delle informazioni. Le materie di Peroni sono gli ambiti in cui si era svolta in passato l'attività delle magistrature estinte. Nella sua compilazione archivistica resta il riferimento all'attività ed alla storicità di essa, anche se, chiaramente, si perde l'autore del documento e la testimonianza della volontà di autodocumentarsi. I modelli odierni di ordinamento per materia, invece, trascurano non solo l'autore della documentazione, ma anche l'attività stessa e la sua storicità. Nel metodo peroniano la soluzione di tale scompenso è oggi scontata e ampiamente studiata: sarebbe bastato disgiungere concettualmente e operativamente il momento dell'ordinamento da quello dell'inventariazione […]. Per le esigenze della realtà attuale è, invece, necessario che l'inventario (o qualunque strumento idoneo a far ritrovare le informazioni che servono) sia compilato coerentemente alle più diverse istanze della ricerca, mentre la documentazione può essere disposta in qualsiasi modo, sempre che sia proprio necessaria conservarla” (Marco BOLOGNA, Il metodo peroniano e gli "usi d'uffizio": note sull'ordinamento per materia dal XVIII al XX secolo, in “Archivio Storico Lombardo: giornale della Società storica lombarda”, dodicesima serie, IV (1997), p. 279).

[17]Ivi, p. 276.

[18] Isabella ZANNI ROSIELLO, Archivi e memoria storica, Bologna, Il Mulino, 1987, p. 74.

[19] Ivi, p. 65.

[20] Marco BOLOGNA, Il metodo peroniano e gli "usi d'uffizio": note sull'ordinamento per materia dal XVIII al XX secolo, in “Archivio Storico Lombardo: giornale della Società storica lombarda”, dodicesima serie, IV (1997), pp. 268-269.

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